
Negli ultimi tempi si parla sempre più spesso di baby gang e di violenza giovanile. Nel dibattito pubblico, però, il problema viene spesso semplificato e collegato, a mio avviso, in modo scorretto all’origine etnica di alcuni dei ragazzi coinvolti. In realtà, la violenza non ha un’etnia: nasce dal disagio, dalla mancanza di riferimenti educativi e dal bisogno di appartenenza: condizioni che riguardano sicuramente giovani di qualsiasi provenienza.
Ridurre questo fenomeno mediatico, divenuto ormai virale, a una questione identitaria non aiuta a risolverlo, anzi, rischia solo di alimentare pregiudizi. Per esperienza personale posso affermare che le baby gang non sono il prodotto di una cultura, ma il sintomo di un vuoto educativo e sociale.
Quando la famiglia, la scuola, la parrocchia e la comunità non riescono ad offrire punti di riferimento validi e solidi alcuni ragazzi sentono la necessità di cercare altrove riconoscimento e forza, purtroppo il più delle volte li trovano nel gruppo violento ed è lì che inizia il calvario di tanti ragazzi conosciuti personalmente. Alla base del fenomeno non c’è una cultura “altra”, ma un vuoto: educativo, affettivo e valoriale. Molti dei ragazzi che ho conosciuto, sono cresciuti senza punti di riferimento solidi, in contesti in cui la scuola faticava ad essere un presidio educativo, la famiglia veniva lasciata sola ad affrontare le fragilità economiche e sociali, la parrocchia era in difficoltà o assente nel capire l’origine del disagio adolescenziale, le istituzioni erano distratte e poco attente a queste problematiche.
La “gang” quindi, diventa un luogo di appartenenza, un’identità sostitutiva che offre riconoscimento, forza e visibilità a chi si sente invisibile. Di fronte a tutto questo, la risposta più invocata da politici, opinionisti e parte (sempre più in aumento) dei singoli cittadini, è spesso la repressione. Le frasi più ricorrenti sono: “più controlli“, “più arresti“, “pene più severe“.
Personalmente ritengo che la repressione può essere necessaria per fermare comportamenti pericolosi, ma da sola non può essere una soluzione. Punire senza educare prepara l’errore successivo e rischia di rafforzare il senso di esclusione e di contrapposizione alle istituzioni, consolidando proprio quei meccanismi che alimentano la violenza e prepara certamente
La vera prevenzione passa invece dalla trasmissione dei valori. Un ragazzino educato al rispetto, alla responsabilità e all’empatia, interiorizza delle regole e dei limiti che non hanno bisogno di essere imposti con la forza. Anche se armi, violenza o atteggiamenti negativi gli vengono messi davanti, non li metterà in pratica, perché non li riconosce come parte di sé. Non è la paura della punizione a fermarlo, ma la consapevolezza di ciò che è giusto e sbagliato (questo è proprio quello che è accaduto al sottoscritto). In questo percorso, il ruolo della famiglia, in cui si cerca di sperimentare quotidianamente il dialogo, il rispetto e la condivisione, resta centrale, ma non può essere l’unico. La scuola non può essere solo un luogo destinato all’apprendimento, la scuola ha il dovere di implementare la sua missione, per essere anche un luogo di educazione civica e sociale. La parrocchia, insieme alle realtà educative del territorio, deve svolgere un ruolo fondamentale: accogliere i ragazzi facendoli sentire a casa, promuovendo modelli di vita sana attraverso testimoni autentici. Le istituzioni, infine, devono investire in spazi creando centri di aggregazione che promuovano attività inclusive come sport, cultura e volontariato, offrendo ai giovani alternative concrete alla strada e alla logica del branco. Questa, a mio modestissimo parere, è la strada giusta se si vuole parlare di inclusione e prevenzione.
Le agenzie educative per eccellenza: FAMIGLIA, SCUOLA e PARROCCHIA devono ritornare ad essere il cuore pulsante della società ed avere un maggiore peso specifico attraverso un lavoro di rete e di sinergia.
In questa prospettiva, affrontare il problema delle baby gang significa intraprendere una strada più lunga e più faticosa, ma anche l’unica che possa essere davvero efficace: educare invece di etichettare, includere invece di reprimere.
In conclusione, la sicurezza di una società non si costruisce alimentando la paura o additando il nemico, ma formando cittadini consapevoli, capaci di scegliere il rispetto anche quando la violenza sembra la scorciatoia più facile. Solo attraverso un’alleanza educativa tra scuola, famiglia e parrocchia è possibile costruire un futuro in cui i ragazzi siano capaci e soprattutto liberi di scegliere il rispetto non per paura della punizione, ma per consapevolezza.
Filippo Pizzo