
La nostra riflessione sulla tematica della “cura” parte proprio da questa celebre frase de “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry. La parola “tempo” definisce il ruolo dell’educatore di comunità all’interno del proprio ambito lavorativo. Il tempo dedicato agli altri dà valore a chi lo dedica e al prossimo, ma è la “cura” (dal latino cūra, associato al termine cor, racchiude un’idea di coinvolgimento emotivo, responsabilità e dedizione) che definisce l’essenza di un educatore e di uno staff educativo. All’interno delle nostre comunità, (Comunità Il Favo, Casa d’Accoglienza Nazareth, Talità Kum), il termine “cura” acquisisce un’accezione molto più ampia, prendersi cura di qualcuno vuol dire averne cura: l’educatore è chiamato a maneggiare con “cura” la vita di chi gli è stato affidato, per tracciare insieme un nuovo percorso, per ridare forma alla speranza e al benessere totale di una persona. In questa prospettiva, la “cura” non è solo attenzione, è impegno, è custodire la vita di qualcuno che ha sofferto, è ridargli fiducia, è dirgli “Tu sei prezioso ai miei occhi”: mettendo così al centro la sacralità e l’unicità di una persona. Durante questo percorso di rinascita, la persona, nonostante si senta “frantumata”, cerca di trovare la motivazione e la forza di ricongiungere tutti i pezzi della propria anima, diventando nuovamente il protagonista attivo della propria esistenza, finalmente pronto “ A prendere in mano la propria vita e farne un capolavoro”!
“I CARE…MI STAI A CUORE PERCHE’ IO CREDO IN TE!”
Fin da piccoli sperimentiamo la necessità di ricevere attenzioni e il bisogno che qualcuno si prenda cura di noi, “ricucendo” le nostre ferite: una mano sulla fronte, un cerotto sul ginocchio e tutto passa. Attraverso “l’aver cura”, il “curare”, il “prender-si cura” si sviluppa l’attenzione nei confronti dell’altro, aprendosi così all’accoglienza e alla disponibilità verso l’altro. In questo contesto si inserisce la chiamata a divenire un educatore: chi-amato in primis ad avere cura della propria interiorità, chi-amato a fare un viaggio introspettivo per guardarsi dentro, conoscersi e comprendersi ed essere così capace di guardare oltre e vedere che oltre sé stesso c’è qualcun altro da conoscere e da comprendere. All’interno delle nostre Comunità, Il Favo e Talità Kum, la “cura” assume una veste educativa e si sviluppa proprio attraverso questa visione: “I care”, come dire “Mi stai a cuore perché io credo in te”. Ogni ragazzo che arriva in Comunità porta con sé il suo bagaglio “pesante”, il cui contenuto è caratterizzato da un vissuto difficile, segnato da errori, bugie, percorsi facili quanto sbagliati, ferite in cerca di un abile artista a cui affidare la missione di riempirle di luce, per diventare faro e illuminare il proprio cammino nei momenti di debolezza. La “cura” e il “prendersi cura” rappresentano l’espressione più profonda e significativa dell’intervento educativo all’interno di una comunità residenziale. Nel lavoro con minori autori di reato, la “cura”, è intenzione educativa, progettualità e costruzione consapevole di relazioni, essa viene definita da Joan Tront e Nel Noddigins come un processo che richiede attenzione, responsabilità, competenza e capacità di risposta ai bisogni dell’altro. I ragazzi che arrivano in Comunità, sono anime fragili che si ritrovano all’improvviso dentro una nuova realtà: chiusi tra le mura di una nuova dimora, luogo dove sono stati costretti ad andare per trascorrere un periodo, più o meno lungo, per scontare una pena. Sono ragazzi che hanno sempre camminato a testa alta ma su una strada sbagliata benché affascinante, l’unica che hanno conosciuto e per questo creduta essere quella giusta. Arrivano con un atteggiamento carico di disapprovazione e pregiudizio, sfidano gli educatori con occhi agguerriti, occhi che non piangono ma che portano i segni delle lacrime di una madre che li ha visti sbagliare e che non li ha potuti salvare. Inizialmente il loro quotidiano è caratterizzato da silenzi assordanti, silenzi che piano piano spingono a fermarsi, a riflettere, a mettersi davanti allo specchio e a fare una “revisione” della vita vissuta fino a quel momento per cambiare prospettiva. Ed è in questo istante che la Comunità comincia a cambiare veste agli occhi del ragazzo: la Comunità non è fatta solo di muri ma di altre persone, dove non si condivide solo il peso della pena ma si incrociano sguardi che raccontano storie diverse ma con lo stesso denominatore. La Comunità diventa così un luogo “narrante”, dove si cresce, ci si confronta, dove finalmente le presenze “ingombranti” degli educatori diventano visi che trasmettono sicurezza, capaci di fare del proprio meglio per trovare una “cura” per il male interiore che li affligge. Attraverso l’approccio della giustizia riparativa e spostando il focus dalla punizione alla riparazione, il ragazzo prende consapevolezza di sé e riesce a dare voce al suo malessere, quando finalmente il dolore ha un nome, la Comunità diventa un porto sicuro dove ogni ragazzo può “Ri-pararsi” e riprendere la propria dignità. Durante questa evoluzione segnata anche da “rivoluzioni”, l’educatore vive dimensioni contrastanti: la sua missione sta raggiungendo gli obiettivi prefissati o tutto sta girando a vuoto? A volte ci si sente disarmati, l’educatore non è un super eroe, non può cambiare il passato del ragazzo ma può restare in piedi anche quando sembra finita e restare in campo per giocare ancora la partita della “cura” e dire a voce alta: “I Care…io sono qui per te”! È proprio in questo momento che si ri-prende consapevolezza di quanto sia indispensabile la figura dell’educatore, capace di diventare un ponte per guidare i ragazzi che gli sono stati affidati e farli attraversare da uno status ad un altro, da una scelta ad un’altra, fino a quando sono pronti a compiere il grande passo, andare oltre…oltre gli errori, gli sbagli… ed essere capaci di riconoscere gli strumenti per “riparare” il loro passato. È durante questo passaggio che ci rendiamo conto che il “tempo” dedicato ai nostri ragazzi non è affatto tempo perso: finalmente una seconda occasione può arrivare per entrambi e la ferita ha raggiunto la maturità di diventare una feritoia dove la luce lascia intravedere il sogno di costruire un futuro diverso. È così che la vita trova il suo spazio: dove un’altra mano tesa si fa presenza, si fa speranza, si fa certezza. È così che una nuova “cura” può risanare anche i cuori più stropicciati, anche le ferite più profonde. È così che i nostri giorni diventano azioni per ricucire, riparare, riprogettare. È cosi che tra i corridoi di luoghi di un lavoro ordinario accade lo straordinario: inventiamo ogni giorno una nuova “cura” d’amore…e per amore non perdiamo mai la speranza di trovare la “cura”.
All’interno di Casa Nazareth, dove sono diverse le tipologie di madri e di “famiglie” presenti e diversi sono i rapporti e i legami che queste madri hanno costruito con i loro figli, la caratteristica che le accomuna è la presenza di una “frattura”, frattura che ha origini nel rapporto della madre con la propria madre. Le mamme che arrivano in comunità portano più “bagagli” e più “ferite” che segnano un vissuto pesante molto difficile da ricucire, il loro cuore ha subito troppe delusioni e non sono più capaci di credere in sé stesse, né come madri né come donne. Spesso il loro dolore ha origine nel rapporto con la propria madre, rapporto carente, disfunzionale, negligente, ed è venuta a mancare proprio la “cura”, intesa come promessa di amore incondizionato e di protezione che una madre dovrebbe avere nei confronti del proprio figlio, fin dal momento dal concepimento. La Comunità viene presentata come una “madre-comunità” che al suo arrivo si prende “cura” della “mamma-ospite” (spaesata, scoraggiata, arrabbiata per questa nuova collocazione “imposta”), accogliendola e offrendole un ambiente di contenimento, quello che Winnicott chiama “Holding”, offrendo anche un ambiente di “Handling”, dove poter sviluppare un senso di sicurezza di sé, esplorarsi e mettersi in gioco, senza timore di giudizio e abbandono, con la certezza di poter ricevere un sostegno sempre presente per lei e per i suoi figli: “Non hai avuto modo di scegliere i genitori che ti sei trovato, ma hai modo di poter scegliere quale genitore potrai essere” (Marian Wright Edelman). La mission della comunità è quello di trasmettere il significato più intenso di “prendersi cura”, attraverso un percorso di supporto, di sostegno e di autonomia durante il quale la mamma viene guidata a reinserirsi all’interno della società, ridefinendo il proprio ruolo nei rapporti all’interno del nucleo familiare d’origine e al suo esterno.
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